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Al tramonto dell’8 marzo

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Al tramonto della Festa della Donna, quando i discorsi sono finiti e le mimose cominciano già ad appassire, forse è il momento delle riflessioni più scomode.

L’8 marzo si celebrano le conquiste delle donne, le loro battaglie, la lunga strada percorsa per ottenere diritti, riconoscimento, rispetto.

Si ricordano le discriminazioni subite, le ingiustizie ancora presenti, la necessità di continuare a lottare perché la parità non sia soltanto una parola.

Le donne combattono da secoli per essere ascoltate e rispettate.

Ma il rispetto che chiediamo agli uomini dovrebbe essere lo stesso che pretendiamo anche da noi stesse.

Perché nessuna emancipazione è possibile se, oltre agli uomini, a colpire e umiliare sono anche altre donne. È una riflessione scomoda, forse. Ma proprio per questo necessaria.

Si parla spesso di solidarietà femminile, di sorellanza, di sostegno reciproco. Eppure, nella vita quotidiana e ancora di più nei social, non è raro assistere a scene molto lontane dal rispetto.

Commenti velenosi, giudizi sprezzanti, ironie umilianti, critiche sul corpo, sull’età, sulle scelte di vita, sul lavoro, sulla maternità o sulla sua assenza. Nulla viene risparmiato.

A volte vedo, soprattutto sui social, che in quanto ad aggressività e mancanza di rispetto alcune donne non sono diverse dagli uomini.
Anzi, talvolta riescono a essere persino più feroci.

Forse perché l’aggressività femminile è meno fisica, ma proprio per questo più sottile, più insinuante. Passa attraverso le parole, i sottintesi, l’esclusione, il sarcasmo. Non lascia lividi visibili, ma può ferire comunque profondamente.

E allora, dopo la Festa della Donna, forse vale la pena fermarsi un momento a riflettere.
Le battaglie per i diritti sono fondamentali. Le discriminazioni esistono e vanno combattute.

Ma una vera emancipazione non può limitarsi a chiedere rispetto dall’esterno. Deve anche interrogarsi su ciò che accade all’interno dello stesso mondo femminile.

Perché la libertà non cresce nei discorsi solenni di un giorno all’anno. Cresce nel modo in cui ci consideriamo tra noi. Nel modo in cui scegliamo — o rifiutiamo — di ferirci.